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LA NAVATA DESTRA

Di schietto stile secentesco, il primo altare è dedicato oggi all'Immacolata. La pala è navata_dx opera del savonese Paolo Gerolamo Brusco (1742-1820), che fece parte della scuola genovese del Settecento. Anche questo quadro, come in genere tutta la produzione pittorica del Brusco, ha un tono prevalentemente narrativo. L'idea che ha suggerito al Brusco di porre alla base del quadro il richiamo al peccato di Adamo ed Eva, è teologicamente esatta, ma non pare sia stata stilisticamente risolta.

La glorificazione dell'Immacolata non è, artisticamente, il centro del quadro.

Troppa discontinuità di linee, e troppa luce su quegli angeli paffuti, che disperdono l'attenzione, ed affievoliscono il tono religioso dell'opera.

Davanti all'altare si trova anche il sepolcro di ANTONIO BOTTA.

Il secondo altare è dedicato alla natività della Vergine. La pala è opera del romano Orazio Borgianni (1578-1616) definito come caravaggesco nemico del Caravaggio. La tela può essere considerata, insieme con quella vicina del Domenichino, come l'opera pittorica di maggiore qualità presente nella chiesa. La composizione è larga e profonda e le masse sono sapientemente distribuite nello spazio. Insieme al colore - il tono dominante è il rosso-grigio - anche la luce vi gioca un ruolo importante, nei violenti chiaroscuri - di evidente derivazione caravaggesca - che danno rilievo alle masse, ben disegnate e fortemente sagomate. Anche l'atmosfera della composizione, nella sua facilità descrittiva, è un elemento tipico dell'arte del Borgianni.

La pala del terzo altare raffigura la Presentazione di Maria al Tempio, ed è opera del bolognese Domenico Zampieri, detto il Domenichino (1581-1641) uno degli artisti più significativi nella Roma del primo seicento. La scena rappresenta la soglia d'ingresso al Tempio.

Le masse compositive sono distribuite in tre gruppi, raccordati da una linea curva che descrive un ovale. Tutti gli elementi del quadro convergono verso il centro dove una piccola fanciulla, tutta ingenuità nel movimento, è accolta con un gesto ampio e solenne dal Sacerdote nel tempio. Perizia innegabile di disegno, ricerca di effetti coloristici, grazie di linee, sono il segno evidente di un arte matura e consapevole.

Ed eccoci all'ultimo altare della navata destra. Questo grande Crocifisso che emerge in un livore di carni dal fondo scuro della tela, rappresenta il miglior lavoro di pittura che la scuola genovese dei seicento abbia lasciato nel Santuario. E' opera di G.B. Paggi (1554-1627), uno di più rinomati maestri genovesi del primo seicento. Costretto a fuggire dalla sua città per un delitto compiuto, si stabilì a Firenze, lontano dalla famiglia, in attesa che l'ira dei nemici si placasse. E qualcosa di quella amarezza traspare da questa tela, dipinta al tempo dell'esilio. Il Cristo ha una espressione di infinita sofferenza e solitudine. Il suo volto non è chino nell'accettazione della morte: è ancora alzato e fisso nel cielo, in una muta invocazione di pietà e di perdono.

 

sito a cura di diana anna dellacasa dididella@fastwebnet.it